Il canto può essere considerato un moderno epicedio, ma il contingente motivo è così adombrato nel testo, che varie sono le interpretazioni possibili, tante da farlo diventare un canto di universale immedesimazione.
De Marzi lo presenta così in un’intervista del 2008:
«Sono contento che il mio canto-preghiera sia, spesso, considerato come un’anonima storia popolare. Mi fa, invece, molto meno piacere quando qualche prete ne nega l’esecuzione in chiesa perché non liturgico». E ancora: «Avevo 23 anni ed ero fresco di diploma di Conservatorio e reduce dalla naja che avevo fatto prima alla Scuola Militare Alpina di Aosta e poi, come sergente degli alpini paracadutisti, a Bressanone. Avevo messo su un coro che sarebbe, poi, diventato “I Crodaioli” e, nell’ottobre 1958, era in programma la nostra prima uscita nell’alta Valle del Chiampo in occasione di una cerimonia in cui il CAI di Arzignano avrebbe posto una lapide nel posto dove, nel 1951, era stato travolto da una slavina Bepi Bertagnoli, un giovane studente di Legge di Padova. “Perché non fai un canto per Bepi?” mi chiese Ezio Ferrari, il primo tenore del coro. Così una sera di settembre composi “Signore delle vette” diventato, poi, “Signore delle cime” - tra il vociare animato di giocatori di tressette e un vago profumo di vino nero della vecchia osteria di Arzignano che avevo sotto casa».
Il canto è divenuto, in seguito, un successo mondiale, tradotto in 134 lingue e adattato per le più diverse esecuzioni.
Il testo di Signore delle cime è riportato qui di seguito:
Dio del cielo,
Signore delle cime,
un nostro amico
hai chiesto alla montagna.
Ma ti preghiamo:
su nel Paradiso
lascialo andare
per le tue montagne.
Santa Maria,
Signora della neve,
copri col bianco,
soffice mantello,
il nostro amico,
il nostro fratello.
Su nel Paradiso
lascialo andare
per le tue montagne.
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